18 giugno 2010
L'attesa (prova di racconto breve...)
Erano seduti su una delle panchine verde scrostato di quel parco vicino al fiume. Una vecchia panchina di legno, tipicamente incisa di amori adolescenziali e inni alla squadra del cuore. Lei guardava in basso, forse osservava l’astuccio dell’anello, che tremava visibilmente nonostante lui facesse di tutto per tenere la mano immobile, o forse no, forse aveva solo lo sguardo perso nel verde della panchina. La natura intorno profumava abbondantemente di legno, resina e fiori, e cinguettava, tubava, ronzava e li avvolgeva con sfumature di verdi e di gialli, di rossi e di lilla, di luci e di ombre. Eppure Marco non percepiva altro che il profumo dolce di lei, riusciva a vedere solo la sua canottiera azzurra intorno al profilo del seno, la gonna di cotone beige che le avvolgeva le gambe abbronzate e riusciva ad ascoltare solo quell’inaccettabile, inatteso, silenzio. Avvertì una fitta allo stomaco. La nuca si irrigidì e un brivido gli percorse la schiena, nonostante il caldo afoso di quel pomeriggio inoltrato di fine estate. Sonia spostò impercettibilmente lo sguardo di fronte a sé. Ma gli aveva proprio detto che era buona? Una cosa carina, dopotutto. E aveva anche detto che lei sapeva fare praticamente tutto? Ed era vero o era solo lui che la vedeva così? E infine le aveva chiesto davvero di sposarlo? Aveva tirato fuori l’astuccio, l’aveva aperto, ponendo una cura esasperata nei movimenti e aveva cominciato a parlare. Il modo in cui le aveva detto quelle cose a lei era sembrato strano. Non avrebbe saputo dire esattamente perché, ma le erano sembrate parole scritte, piuttosto che dette. Lui era stato bravo, sicuro di sé, aveva fatto le pause giuste, aveva recitato la battuta come avrebbe fatto un attore consumato. Le aveva fatto venire in mente sua madre, ciò che le ripeteva continuamente. Anche se arriveranno inevitabilmente i fallimenti, tu non perdere mai la speranza. Devi crederci. C’è una e una sola persona che potrai amare davvero e che saprà ricambiarti in egual misura. Una sola. E’ là fuori da qualche parte e se ci credi, finirai per incontrarla. Non accontentarti mai, figlia mia. Non arrenderti. E poi lui aveva detto ti amo, proprio così, e in quel momento lei aveva sollevato lo sguardo. Marco si era spettato uno di quegli ampi sorrisi di cui lei era capace, pensava che lo avrebbe guardato dritto negli occhi e che avrebbe fatto la sua parte, senza indugi. Immaginava che lo avrebbe baciato, gettandogli le braccia al collo. Invece lei aveva solo spostato impercettibilmente lo sguardo di fronte a sé. Ma dio santo! Che cosa fa? Marco aveva ripetuto quelle parole centinaia di volte. Le aveva ascoltate, aveva provato le pause, ne aveva assaporato il suono e aveva deciso che erano giuste, precise. E adesso era pietrificato, non aveva niente da aggiungere, qualsiasi cosa, anche solo un sospiro, avrebbe incrinato la perfezione che si era immaginato. Toccava a lei parlare e lui poteva solo aspettare. Ma perché non diceva nulla? Meglio dire subito di no. Forse era stato precipitoso. Lei, però, avrebbe potuto semplicemente dire che sarebbe stato meglio aspettare e lui avrebbe capito, avrebbe deglutito con naturalezza e se ne sarebbe fatto una ragione. Oppure non lo amava abbastanza? O forse non lo amava più? No, a questo non poteva credere, non voleva credere. Ma cosa guardava poi con tanta attenzione? Cosa c’era di più importante di quello. Le due donne che arrivavano di corsa forse? Marcò guardò nella stessa direzione. Una figura stretta e lunga, esibiva una corsa perfetta, precisa, si sollevava da terra con balzi regolari, come se disegnasse, con i passi, una leggera onda sonora. L’altra, tonda e larga, sembrava invece rotolare, strisciare, i piedi avvolti in una nube di polvere, pareva non riuscisse a staccarsi dalla strada sterrata. A Marco vennero in mente le comiche di Laurel & Hardy e sorrise per un istante. Ora erano abbastanza vicine. Una era davvero molto bella. Alta, austera, i muscoli delle cosce che si tendevano a ogni passo sotto la pelle bianca, i capelli biondi lucidi, tirati indietro e legati in una breve coda sulla nuca, la fronte liscia, il naso piccolo e dritto, le guance velate di un rosa pallido, le labbra purpuree, socchiuse, che lasciavano intravedere una sottile linea di denti candidi. L’altra invece, senza dubbio oltre il quintale, aveva il viso deturpato dallo sforzo e gli occhi segnati da profonde occhiaie viola. Marco indugiò sulle cosce e sui fianchi traballanti come panna cotta. Poi salì su fino al seno enorme che le rimbalzava ad ogni passo tra il mento e il ventre adiposo. Notò le guance rosso scuro, la bocca spalancata, la lingua appoggiata sul labbro inferiore. Sentì addirittura il suo respiro affannoso, quasi un rantolo che avvolgeva il silenzio perfetto della corsa dell’altra. Per un attimo ne incrociò lo sguardo affaticato e quegli occhi piccoli, schiacciati dalle guance ingombranti, annegati in un sudore eccessivo, gli parvero occhi conosciuti. Cercò di ripescarli dal suo passato, elementari, medie, liceo, università, ma niente. Per educazione stava quasi per alzare una mano in segno di saluto, ma poi si ricordò perché era là, si ricordò delle parole che aveva appena pronunciato e il cuore saltò un battito, quando realizzò che lei non aveva ancora risposto. Da dietro, lo spettacolo delle due donne che si allontanavano rapidamente, era ancora più surreale. Da una parte muscoli quasi immobili che si contraevano ritmicamente con elegante tensione, avvolti in un pantaloncino blu attillato. Dall’altra debordo adiposo che neppure la tuta fucsia elasticizzata riusciva a contenere, come quando ti versi un bicchiere di birra troppo in fretta e la schiuma densa bianca monta e trabocca inevitabilmente. Che bella quella biondina! Però guardare un’altra così proprio in questo momento. Sonia abbassò nuovamente lo sguardo. Fin’ora non aveva avuto il coraggio di guardare esplicitamente l’astuccio con l’anello. Con la coda dell’occhio notò che la mano di lui tremava leggermente, allora tornò a cercare con lo sguardo la scritta incisa tanti anni fa. Il primo fidanzatino, com’è che si chiamava? Ah, eccola! Mau e Sonia. Il piccolo Maurizio aveva un sorriso così divertente, con quei suoi incisivi enormi da coniglio. Quanti anni erano passati? Venticinque? Forse di più. E guarda un po’, i loro nomi erano ancora là, chiusi nel perimetro asimmetrico e tremolante di un cuore, attraversato da un’improbabile freccia. Fossile affidato alle generazioni future, almeno finché la panchina sarebbe rimasta là. Ma non era certo il momento per il viale dei ricordi. Non era certo il momento di divagare. Lui aspettava. Sulle panchine intorno alcune mamme con carrozzina parcheggiata a fianco, chiacchieravano amabilmente, mentre con un mano cullavano il bebè dormiente. C’erano ragazzi e ragazze alle prese con un libro, oppure con un settimanale. E più in là due anziani. Uno parlava in modo concitato, guardando dritto davanti a sé come se si rivolgesse a un interlocutore inesistente. L’altro si limitava ad annuire, mentre sbriciolava un panino sopra le teste di volatili ammassati ai suoi piedi. E c’erano i fanatici del jogging. Piccoli piccoli si avvicinavano fino a raggiungere scala 1:1, ma solo per un attimo, poi proseguivano, tornando a rimpicciolirsi fino a sparire. E c’erano i bambini. I più grandi correvano, gridavano come ossessi, calciavano palle, si contendevano i giochi, si spintonavano irrequieti, piangevano. Quelli prescolari invece, precariamente deambulanti, vacillavano coraggiosamente sulle gambette inesperte. Sembrava dovessero ruzzolare a terra da un momento all’altro e invece, come sostenuti da fili invisibili, procedevano miracolosamente, un piede davanti all’altro, dichiarando guerra a questo o quell’insetto. Il mondo procedeva come sempre. Il parco offriva il solito spettacolo, nessuno badava a loro, nessuno poteva immaginare l’importanza di quel momento. Finalmente Sonia si decise a guardare Marco dritto negli occhi. Aveva aspettato troppo? Ma no, dopotutto lui aveva appena detto quella cosa così strana, cioè che lei lo avrebbe saputo fare benissimo. Era passato solo qualche istante, il tempo necessario per assorbire le sue parole. Sonia sorrise e sentì i capelli scivolarle davanti a un occhio e solleticarle la guancia. Marco avrebbe voluto gridare. Sentiva gli occhi gonfiarsi, un nodo avvilupparsi intorno alla trachea. Socchiuse le labbra e percepì che tra un istante ne sarebbe venuto fuori tutto il suo sgomento, il suo rammarico per aver rovinato tutto, per aver pensato così arbitrariamente, che fosse il momento giusto. Ma è un sorriso quello? Finalmente gli occhi di Sonia. Marco non sapeva se fosse il caso di dire qualcosa, se sarebbe stato meglio prevenire qualsiasi sua obbiezione e sollevarla dall’eventuale imbarazzo. Oppure se fosse stato meglio aspettare ancora un istante. E poi finalmente lei lo fece. Ricacciò dietro l’orecchio, con un gesto elegante, la ciocca di capelli che le era scivolata sul viso. Un raggio di sole, profumato di ciliegio, si posò sul suo sorriso e lei allungò una mano sull’astuccio aperto, che finalmente smise di tremare. E mentre succedevano infinite altre cose, tutt’intorno a loro e un caleidoscopio di colori danzava, e voci e suoni fluivano, come quando sei su una giostra e il mondo gli corre intorno senza posa, lei finalmente, con tutta la semplicità di cui era capace, lo fece.
“Sì”, disse.
E fu perfetto.
25 settembre 2009
L'Una tic / 3

C’è la mamma con la coda di cavallo, giovane bella, e il papà con molti più capelli.
Così dicono.
Domenica venti luglio.
Maria si sente male, ha forti dolori al ventre. Salvatore apre tutti cassetti del comò in camera da letto, tira fuori biancheria intima bianca, calzini di cotone bianchi, la camicia da notte di seta, bianca. Corre in bagno – spazzolino dentifricio sapone deodorante – recupera le pantofole rosa morbide, infila tutto in una borsa, suda copiosamente perché fa caldo, un caldo del diavolo. Maria inspira profondamente, in attesa sull’uscio, con il palmo della mano sul ventre gonfio, suda, guarda il marito, sorride.
È quasi sera.
Salvatore aiuta Maria a entrare nella Mini Minor rossa, si assicura che stia comoda, chiude lo sportello. Gira intorno all’auto per raggiungere il lato dell’autista. Prima di entrare dà uno sguardo in alto verso il cielo. L’azzurro ormai stinto, sta rapidamente facendo posto al grigio antracite del crepuscolo, anche se l’orizzonte dietro le montagne è ancora striato di un acceso rosso arancio. Salvatore pensa alla luna, pensa a quei tre coraggiosi lassù.
- Cazzo proprio la notte dell’allunaggio, borbotta tra le labbra, poi inspira e finalmente entra anche lui nella sua Mini Minor. Rossa.
- Attenzione tzz tzz un’antica leggenda tzz parla di una bellissima tzz tzz ragazza cinese che vive sulla luna tzz tz da quattromila anni tzz cercatela! dice qualcuno da Huston.
- La terremo d’occhio, risponde Collins.
Il futuro papà adesso è a casa, solo, seduto sul piccolo divano di finta pelle nera, davanti al suo nuovissimo Brionvega, doverosamente sintonizzato sulla telecronaca del Primo Canale. D'altra parte il ginecologo l’ha rassicurato.
- Stia tranquillo, vada pure a casa, si riposi, oppure se ha un televisore assista alla Storia, che tanto il suo bambino non verrà al mondo stanotte, non è ancora il momento.
Chissà però cosa danno sul Secondo Canale! Il fatto è che Salvatore non ha nessuna voglia di alzarsi per controllare e poi è proprio vero: qui si sta facendo la Storia! Sarà pure noiosa, ma è pur sempre
- Siamo a duecento metri tzz tzz cento cinquanta tzz tzz veniamo giù bene tzz tzz deviamo un po’ a destra tzz ecco fatto tzz tzz motore fermo. Il cuore del comandante Armstrong batte al ritmo di centocinquantasei pulsazioni al minuto.
Contrazioni e umori abbondanti tra le cosce. Si riversano caldi e appiccicosi sulle lenzuola di cotone bianco ruvido.
- Sto male! - grida Maria, suonando freneticamente il campanello una, due, tre, quattro volte. Un’infermiera alta, bionda, con le labbra spesse di rossetto rosso, arriva con calma, ciabattando rumorosamente, con la flemma e il cinismo di chi è abituato al dolore degli altri. È sgarbata, dice di stare tranquilla, di non fare storie, perché il bambino non nascerà quella notte, l’ha detto il medico, che altrimenti mica sarebbe corso a casa, anche lui ad assistere alla Storia, davanti alla telecronaca del Primo Canale.
- Ma io… per favore lo chiami! - ribatte Maria a denti stretti.
L’infermiera si avvicina per accertamenti, constata, si precipita fuori.
All’ingresso di Wapokoneta, Ohio, Stati Uniti d’America, c’è un cartello: “Benvenuti nella città di Neil Armstrong”. Sulla via principale ce ne sono altri, decine: “Benvenuti nella patria del primo lunare”. Il primo lunare. A Salvatore piace questa espressione.
Grida di donna e una voce calma, monotona, che dice: “spinga-su-su-brava-ancora-ancora-lavedo-latesta-su-su-così-ancoraunosforzo-brava”. Poi un suono secco, ciak, come lo schiocco di una frusta e infine un pianto acuto, stridulo, simile al miagolio gonfio di nostalgica malinconia di un gatto in calore.
Il comandante apre lo sportello. Scende al ralenti i pochi gradini della scaletta del Ragno. Si ferma sull'ultimo piolo per un istante interminabile. E' goffo e impacciato a causa della tuta e dell'equipaggiamento. A Salvatore ricorda l’omino della Michelin. Il modulo lunare invece gli sembra un po’ improbabile. Da lì a cinque anni qualcuno dirà che sembra uscito da un ovetto Kinder, un oggettino montabile in pochi semplici gesti piuttosto che la più avanzata macchina tecnologica possibile a quel tempo. In effetti sembra proprio fatto di carta stagnola. Ma Salvatore in quel preciso momento storico non può pensare tutto questo, perché gli ovetti Kinder non saranno sul mercato fino al 1974 e lui, a dirla tutta, di tecnologia spaziale non sa assolutamente nulla. Però la scena nel complesso gli ricorda uno di quei film di fantascienza degli anni Cinquanta, quelli dozzinali, di serie B, quelli che gli piacciono tanto e che guarda anche un po’ per farsi due risate sui mirabolanti e un po’ridicoli, effetti speciali. Chissà perché!
Finalmente Armstrong poggia il piede sinistro sul suolo della luna, sollevando un lieve sbuffo di polvere color peltro.
- Per un uomo questo è solo un piccolo passo in avanti, ma per l’umanità è un balzo gigantesco, dice. L’avranno scritta a Hollywood la battuta. Si sa, gli americani non lasciano mai nulla al caso.
21 settembre 2009
L'Una tic / 2
Mi voltai verso la finestra e cercai di concentrarmi sul ticchettio insistente della pioggia.Tic tic tic tic tic. Ultimamente i miei pensieri si arrovellavano intorno alla questione dell’inizio. Tic tic tic tic. Episodi lontani si rincorrevano nella mia mente senza sosta. Non appena uno riaffiorava dall’abisso, ecco che subito un altro faceva capolino, e poi un altro e così via, senza sosta, alla rinfusa. I ricordi riproducevano ricordi, in un inarrestabile effetto a valanga della memoria. D’altra parte il nostro passato, quello più recondito, è come se stesse quieto sotto uno specchio d’acqua densa. Se ti ci tuffi chissà se poi ne riemergi.
Io in quei giorni la guardavo da un’altezza davvero considerevole, quella maledetta pozza scura. Dall’orlo di una piattaforma olimpionica. Ormai bastava solo una piccola spintarella e ualà! Mortale triplo con avvitamento e finale carpiato e splash! Il caos. Buio. Il difficile era metterli in fila. I ricordi.
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché… Tutte le storie cominciano così dopotutto. Da una selva oscura, un bagliore pian piano inizia a rischiarare il buio. E’ la speranza di un racconto. Si procede a tentoni, verso quel bagliore che contiene in sé la potenza di un sole. Oppure ci si perde nella notte più buia.
Era l’estate in cui per la prima volta gli uomini posero piede sulla luna. Ecco! Questa storia in particolare, potrebbe cominciare così. Era l’estate del Sessantanove. Lunedì ventun luglio per la precisione.
Tic tic tic tic. Inspirai. Tic tic. E trattenni il fiato. Tic tic tic tic tic tic. Mi sentivo in volo. Leggero. Come un paracadutista in balia del vento. Due sensazioni contrastanti. Libero e felice, desideravo lasciarmi cullare dall’aria. Ma anche anelavo l’approdo. Desideravo sentirmi nuovamente schiacciato sulla terra, al sicuro. Ad ogni modo avevo fatto il salto, stavo rotolando nell’aria, ancora un istante e – splash - avrei sentito intorno a me il freddo abbraccio di quel lurido fango. Chissà se sarebbe stato davvero l'inizio. Oppure invece la fine.
Il Grande piede stava per scendere l’ultimo piolo della scaletta del Ragno, esitò un istante poi affondò deciso nella polvere lunare. Da noi l’orologio segnava le ore quattro, cinquantasei minuti e trentun secondi. Sempre per la precisione. In una stanza asettica bianca - hueee, hueee, hueee - un neonato vagiva. Ecco, chi lo dice ad esempio che era bianca? Dovrebbe essere così, credo. Oppure no? Il fatto è che all’inizio l’essere è piuttosto corporale che razionale. Nel senso che respiri e strilli e ti caghi addosso in quantità industriali, ma sei ancora niente, una corpo senza coscienza, senza memoria. E' un fatto!
16 settembre 2009
L'Una tic

La città era avvolta in un velo liquido. I colori sfumavano nel biancoenero grigio delle foto d’epoca e a me sembrava quasi di soffocare. Pioveva.
Tic tic tic tic sul vetro della finestra. È strano: alcune gocce scivolano mute, a picco, sterzano, rallentano, quasi si fermano, proseguono, accelerano, spariscono. Rigano la superficie liscia, capillari esangui, fantasmi di rami senza foglie. Altre invece se ne stanno là, prodezza verticale, e si fanno scherno della gravità, divorano il tempo immobili.
Era quasi sera. Me ne stavo sdraiato sul letto disfatto, vestito e con le scarpe ai piedi. Fumavo, o forse tenevo semplicemente la sigaretta tra le dita in attesa che si consumasse. Per un po’ fissai il soffitto sopra la coltre di nebbia che saturava la stanza. Un braccio ripiegato sotto la nuca e l’altro, con in mano la cicca, teso sul comodino di fianco al letto. Quando l’unghia dell’indice cominciò a bruciarmi, mi voltai lentamente su un fianco.
Sul comodino un posacenere, un libro aperto a metà col dorso rivolto in su, uno zippo e una bustina di nailon. E dentro la bustina un francobollo.
Il filtro tra le dita, bordato di una suggestiva striscia arancio al neon stava per mandarmi a fuoco due falangi. Lo lasciai cadere nel posacenere, senza prendermi la briga di soffocare la combustione. Un po’ per indolenza, un po’ perché la mia attenzione era ormai tutta presa dalla bustina. Con dentro il francobollo. La presi, tenendola delicatamente tra il pollice e l’indice e la scrutai a lungo. Guardai la colla gialla, il disegno commemorativo, i dentini lungo i bordi. Un paio erano spariti, accidenti!
Con la mano libera presi lo zippo e senza pensarci szic, feci ruotare la rotella zigrinata sulla pietrina. Solo scintille e un penetrante odore di benzina. Szic szic, ancora niente. Szic Szic Szic, finalmente un esile lama gialla e blu prese corpo ondeggiando sinuosamente, come una danzatrice del ventre con le mani giunte sopra la testa.
Senza ulteriori esitazioni avvicinai la fiamma alla bustina. Un angolo sfrigolò e sparì come disintegrato, accartocciandosi su se stesso e fagocitando metà francobollo, che prese fuoco. Abbandonai il piccolo rogo a friggere nel posacenere e mi godetti lo spettacolo del serpente di fumo nero che saliva verso il soffitto diffondendo un odore acre, mentre coriandoli di fuliggine svolazzavano dappertutto.