IMMAGINI, ISTANTI, SOSPIRI, FUGGENTI E SFUGGENTI, SFUMATURE INFINITE DI COLORI TRA IL BIANCO E IL NERO, GIOCHI DI LUCI E DI SUONI, STORIE DI IDEE E IDEE DI STORIE, TENTATIVI O FORSE TENTAZIONI, ACCENNI DI ME, DI NOI, DEL MONDO, TRA PASSATO E FUTURO, ALLUSIONI ALLA VITA OPPURE, FORSE, SEMPLICEMENTE ILLUSIONI!

Non fatevi fregare!

14 febbraio 2011

L’ultima furbata dei “Berluscones”, ma chi ci casca è davvero sprovveduto!

Giuliano Ferrara, con un’arringa a difesa di Berlusconi, durata più di sei minuti durante il telegiornale di Rai Uno (sottolineo che ho da poco pagato il canone e ho intenzione di denunciare la direzione della Rai per l’uso indegno che si fa del mio denaro), ha esplicitato definitivamente come la potenza di fuoco mediatica del Premier si muoverà nei prossimi giorni per sgonfiare il caso Ruby, distogliere, abbindolare, annichilire, raggirare, obnubilare le menti (ci si augura solo le più deboli) degli Italiani. Chi critica il Presidente del Consiglio, chi dice basta con le “berlusconate” altro non sarebbe che un puritano, moralista e giacobino. Le medesime parole vengono ripetute dai giornalisti asserviti al padrone, sui propri quotidiani e in ogni tribuna televisiva in cui vengono invitati, attraverso i telegiornali conniventi, le ripete come un mantra l’irriducibile Santanché, mentre Liguori mostra le proprie mutande in un videomessaggio come a ribadire che in tutta questa vicenda in fondo si sta semplicemente parlando di questo, di semplici affari privati di un uomo adulto, di un semplice fatto di mutande appunto. E noialtri (gente perbene, semplicemente stufi di essere “sgovernati”) altro non saremmo che voyeur interessati alle mutande del Premier o a quelle delle “papigirls”.
Sorvoliamo sull’accusa di puritanesimo e giacobinismo, che fa solo sorridere per quanto sia inadeguata al caso specifico, ma d’altra parte questa gente, questi cialtroni della politica e del linguaggio, hanno talmente svuotato di significato parole e concetti e con essi le relative idee, che non stupisce che si riempiano la bocca di parole utili ormai solo a ingenerare confusione. Soffermiamoci invece sull’accusa di moralismo. Diciamo subito che pretendere di discutere di “morale” non è affatto moralismo. Pretendere un comportamento corretto, etico, da parte di chi è chiamato a governare un Paese, non è moralismo. Veniamo tacciati di moralismo in quanto ci permettiamo di suscitare (confortati dalle inchieste in corso - non solo quelle direttamente collegate al Premier: si pensi al caso Scajola, alle vicende varie legate al Dr. Bertolaso, all’onorevole Fitto, all’onorevole Cosentino, alle vicende di corruzione della Lega al Nord e così via - dalla deriva economica di questo Paese, da quasi quindici anni di governo insufficiente e inefficace) delle legittime perplessità sulla condotta istituzionale (e non quella nella sala del Bunga Bunga), ripeto "istituzionale" del Presidente del Consiglio, mentre loro, come le tre scimmie si tappano le orecchie, si coprono gli occhi, e al posto della bocca si tappano pure il naso. La bocca no ovviamente, quella la usano eccome, senza scrupoli, senza preoccuparsi dei danni che fanno. Chi oggi infatti nega che il problema esista, chi si stringe acriticamente intorno a Silvio Berlusconi è in malafede e tacciando tutti gli altri di moralismo, mostra invece chiaramente la propria totale amoralità, anzi la propria immoralità. Perché è proprio questo il punto. La moralità è un valore che va salvaguardato, accidenti! E mi riferisco a una moralità laica, non cattolica o religiosa. E cos’è la morale laica se non il rispetto dell’altro, delle regole basilari di una convivenza civile e infine ovviamente il rispetto della legge? Berlusconi, da sempre, palesemente, con un’arroganza senza precedenti, si dimostra insensibile nei confronti di ognuna di queste istanze. Rispetta solo se stesso e i propri bisogni. Usa la propria posizione di potere a scopi personali: costringendo i suoi “bravi” a legiferare ad personam, regalando alle proprie giovani protette, guidato da meri criteri sessocratici, posizioni di rilievo nella classe dirigente di questo Paese, sfruttando il proprio potere mediatico e facendo con ciò scempio di uno dei capisaldi fondamentali di qualsiasi democrazia degna di questo nome, ovvero del diritto all’informazione, spaccando le istituzioni, delegittimando a proprio comodo gli altri poteri dello Stato, tranne il proprio, usando come grimaldello il popolo e la volontà popolare, nel frattempo cooptato costruendo consenso con un populismo e una demagogia tipica dei sovrani o dei dittatori. Il popolo è invece sovrano solo quando e se fa comodo a lui, appunto. Quelli che dissentono non sono popolo, vengono liquidati, come moralisti, puritani, eversivi, comunisti, radical chic. Il popolo è buono solo se si comporta come le pecore con il pastore. Utile a dare la lana (ovvero ricchezza al pastore) e al massimo gli è concesso di belare sommessamente, senza disturbare. Questo è il mondo di Berlusconi. Cosa c’entra il moralismo? Dovrebbe essere chiaro a tutti che qui non sono in gioco i festini privati di Berlusconi. Non se il palo della lap dance diventa il criterio di selezione della classe dirigente del Paese.
Il sistema di Berlusconi è evidentemente e chiaramente, sotto ogni punto di vista, malato. Le prove siedono appunto al Consiglio regionale della Lombardia e addirittura al tavolo dei Ministri, non occorrono intercettazioni o invasioni della Privacy per vederle. L’inadeguatezza di Berlusconi, la sua immoralità istituzionale è, o dovrebbe essere, sotto gli occhi di tutti. Non è accettabile delegittimare a convenienza la Magistratura (quella stessa che ha condannato Cesare Battisti, la cui mancata estradizione dal Brasile ha indignato tutti, compresi i nostri parlamentari che sostengono il Premier; quella stessa che ha inferto numerosi colpi alla criminalità organizzata, lasciando silenziosamente che fosse il borioso Ministro degli Interni ad arrogarsene i meriti), poiché senza il rispetto della separazione dei poteri, senza la fiducia nel processo giusto e nella possibilità di una difesa nelle sedi appropriate, nel totale rispetto dei meccanismi previsti dalla legge (tanto più che Berlusconi non è un cittadino qualunque e dunque è già solo per questo un privilegiato di fronte alla legge), al di fuori di tali sacrosanti punti fermi istituzionali è solo caos, che cela un intento quello sì eversivo, che va fermato, senza se e senza ma. Lo ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, al Presidente della Repubblica.
Fa sorridere poi che proprio coloro che si battono strenuamente contro il diritto di vivere liberamente la propria sessualità, per esempio tra persone dello stesso sesso, oggi tacciano di puritanesimo e di moralismo tutti gli altri. La libertà sessuale vale solo in casa del nostro presidente del Consiglio: meglio un uomo in là con l’età che si compiace, quanto meno, delle danze erotiche di una ragazza minorenne, piuttosto che due uomini o due donne adulti, padroni della propria vita, che amandosi decidono di condividere un percorso esistenziale insieme. Per la carità! Ebbene è questo è moralismo, caro Ferrara. Moralismo è impedirmi di decidere liberamente, in certe circostanze, come morire, ad esempio. Pretendere un comportamento consono al proprio mandato, da parte di chi è chiamato a governare un Paese, invece, pretenderne un’etica lucidità, quando si tratta di scegliere i propri collaboratori ad esempio, pretendere che siano i migliori possibili e non semplicemente cortigiani compiacenti, giullari e escort, chiedere di essere trattati, noi tutti, uomini e donne, con dignità, qualunque sia il nostro orientamento religioso, sessuale, qualunque sia la nostra razza, indipendentemente se viviamo nel nord o nel sud del nostro amato Paese, questo non è affatto moralismo. E chi oggi vuole liquidare in questo modo le voci, sempre più forti, che tentano di portare alle orecchie dei potenti queste sacrosante istanze è in malafede. E se grida come un ossesso per zittirle, scegliendo come scenografia una pagliacciata di mutande stese sul filo della propria immoralità, altro non è che un indecente farabutto!

07 febbraio 2011

Io sto con Torino, io sto con Michele Curto

Ho conosciuto Michele Curto nel 2004. Allora era già presidente dell’Associazione Terra del Fuoco e mostrava un carisma sorprendente e un curriculum già fitto e importante sebbene avesse solo 24 anni. Io allora lavoravo nell’organizzazione del Torino Film Festival e il motivo principale del nostro incontro fu la manifestazione Piemonte Fabbrica di Cultura, un settimana di cultura e arte piemontese a Cracovia in Polonia, che come molte delle cose di cui Michele è “ispirato ispiratore”, fu un successo non solo in termini numerici, ma lo fu, anche e soprattutto, umanamente. Già, perché Michele è credibile innanzitutto perché è capace, in tutto ciò che fa, di coinvolgere le emozioni. I “professionisti della politica” dimostrano, oggi più che mai, di ragionare troppo con la testa e troppo poco con il cuore. E troppa testa porta troppo spesso a confondere il mezzo con il fine. Accaparrarsi un posto, in Consiglio, in Parlamento, significa per molti la conclusione di un percorso, anziché l’inizio. Non credo sia così per Michele. Da quando lo conosco lui è sempre stato una persona orgogliosamente all’inizio di un percorso, nel senso che il suo atteggiamento mi è sempre parso di costruttiva insoddisfazione. Ogni giorno un inizio, ogni giorno di nuovo. Perché Michele non si accontenta di un successo, per lui rappresenta sempre e solo una tappa da cui ripartire per fare meglio, per fare ancora di più.
Michele è insomma un politico vero, nel senso (se oggi fosse ancora possibile nello squallore ristagnante della nostra politica rintracciarne la reale natura etimologica) più eroico del termine. Il politico è, o dovrebbe essere, colui che in quanto particolarmente accorto e sagace, scelto tra i migliori di noi, si assume la responsabilità di amministrare la cosa pubblica nell'interesse comune. Scelto tra i migliori appunto, non tra i più noti, famosi o famigerati che siano e neppure tra i più anziani. Una volta forse poteva essere vero. Più anziano significava spesso più saggio. Ma molti anziani della nostra politica, coloro per i quali la politica (non nel senso di amministrazione della cosa pubblica, ma proprio la politica in quanto apparato fine a se stesso) è diventata solo una remunerativa professione, hanno ampiamente dimostrato di non essere capaci di fare tesoro della propria esperienza anagrafica e il tempo per mostrarsi “saggi” è ormai definitivamente scaduto. Ora tocca a qualcun altro. Ci sono persone per cui la saggezza è un fatto innato, indipendente dall’anagrafe. Troppo spesso questi talenti restano nell’anonimato, specie in questa Italia anti-meritocratica e vecchia, ma talvolta, come è capitato a Michele, nonostante arroganti correnti contrarie, riescono comunque ad emergere, proprio come fosse destino.
Il treno ad altissima velocità del nostro futuro, capita che qualche volta si fermi proprio alla nostra stazione, ma solo per poco, un attimo. Sta a noi prenderlo al volo, non farsi sfuggire l’opportunità.
Questo treno è qui adesso, fermo con le porte spalancate. Molti sono già saliti, altri stupiti per questo arrivo inatteso si attardano. Affrettatevi, prima del fischio del capostazione. Partite insieme a Michele, insieme a Noi per questo viaggio. Chissà quando il treno si fermerà di nuovo. Il momento è adesso. Se non ora, quando?
Con i miei migliori auguri.

29 dicembre 2010

Feltri, Belpietro, ma ci fate o ci siete?

I quotidiani che fanno capo ai signori Belpietro e Feltri non perdono mai occasione per dimostrare arretratezza culturale, immoralità professionale e sempre più spesso una vera e propria idiozia (celata dietro l’iperbolica sicumera, propria di chi essendo poco intelligente non può vedere oltre la propria visione delle cose: insomma arrivano fin lì, poveretti, c’è poco da fare).
Partiamo dal caso Fini. Può un giornalista far scoppiare un caso scrivendo semplicemente “girano voci”? È professionale scrivere il pezzo e poi dire “adesso aspettiamo che altri (ovvero i magistrati) cerchino riscontri?”. Un anonimo pugliese avrebbe confidato casualmente a Belpietro (notoriamente facilmente raggiungibile da chiunque), in un momento particolarmente idoneo della congiuntura politica, un’”enormità” e Belpietro che fa? Cerca riscontri, una qualsiasi pezza d’appoggio, come farebbe un giornalista degno di questo nome? Nient’affatto. Pubblica l’enormità così com’è: Fini starebbe architettando un falso attentato a se medesimo, per poi far ricadere la colpa su Berlusconi. E certo che Belpietro di falsi attentati se ne intende, basta vedere i guai che sta passando il suo ex-capo scorta in proposito. Ma la sua esperienza in merito non giustifica, giornalisticamente, un comportamento di questo tipo. Belpietro, e Feltri, dovrebbero comprendere una volta per tutte che non sono al bar (certo il numero dei lettori dei quotidiani di riferimento sarebbe quello degli avventori di un bar di periferia se non avessero la ribalta offerta dalle rassegne stampa televisive), che non stiamo a fa’ du’ chiacchiere tra noiartri. Il giornalismo è (era, perché ormai in Italia…) un lavoro serio; il giornalista ha delle responsabilità, la sua materia sono (o dovrebbero essere) i fatti. Poi ci sarà chi ha il compito di esprimere opinioni su questi fatti. Ma i fatti (e con ciò si intendono eventi che abbiano riscontri oggettivi) sono imprescindibili da questo mestiere. Altrimenti si è scrittori, narratori, comici, fantasisti, opinionisti da bar, Minzolini, Vespa, ma non giornalisti. I contenitori delle proprie “invenzioni” in tal caso non possono essere i giornali, i quotidiani (o i telegiornali) ma altri media che incornicino le proprie esternazioni appunto come racconto, romanzo, barzelletta, semplice boutade, intrattenimento. E dire che questi sedicenti professionisti della penna, sono gli stessi garantisti sfegatati che attaccano a testa bassa Spatuzza e Ciancimino (non un anonimo pugliese che ha sentito qualcuno dire qualcosa a proposito di qualcun altro), quando potrebbe anche solo trasversalmente andarci di mezzo il Premier (ovviamente). “Basta fidarsi della parola di pentiti a orologeria come Spatuzza”, gridano come ossessi, “Basta dare credito ai deliri psicotici di Ciancimino”, si strappano i capelli. "Occorrono riscontri, altrimenti le parole sono aria fritta", dicono. Verissimo, infatti “verba volant”, ma “scripta manent” e voi, sconsiderati della carta stampata, superficiali della morale – la vostra sì a orologeria o meglio prezzolata – paladini dell’ingiustizia, voi appunto “scrivete”. Non stupitevi quindi se poi scattano le querele, non fate le vittime, perché siete i carnefici, non gridate incoerentemente allo scandalo quando qualcuno deciderà di restituirvi pan per focaccia, siate, se non giornalisti, almeno una parvenza di uomini!
Parimenti decidere di liquidare il caso “Elton John”, che dovrebbe, a osservatori disposti al confronto (a normali giornalisti), intelligenti e in sintonia con le evidenti nuove esigenze di questo secolo, con l’inevitabile cambiamento del costume (che tanto cambia nonostante gli irriducibili e onnipresenti reazionari) sollecitare importanti riflessioni, un aperto confronto (perché di mezzo ci sono vite e personalità – quelle dei bambini – che si costruiscono appunto attraverso le relazioni) con una volgarità come quella di definire un uomo “mammo”, ostentando una superficialità degna dei peggiori trogloditi, ha davvero dell’icredibile. Un omosessuale non è un “uoma” cari Belpietro e Feltri, né un “donno”, allo stesso modo come ognuno di voi non sarebbe per alcuni un “idioto” (ma proprio un idiota!). Un omosessuale o è uomo o è donna, senza confusione alcuna. Quindi potrà essere o un padre o una madre. E in questo caso entrambi i genitori potranno essere buoni padre o cattivi padri. Ovviamente nella relazione con il figlio, ognuno metterà a disposizione la propria personale sensibilità e – ci auguriamo – farà del proprio meglio per contribuire a una serena evoluzione della personalità e del carattere del bimbo. Ma su questo caso si deve comunque riflettere proprio per preparare nel migliore dei modi eventuali aperture (ce lo auguriamo) future in questo senso. La questione dell’utero in affitto ad esempio è un’altra questione che va senz’altro dibattuta. L’età del neopapà (sessantacinquenne) è senz’altro un problema – almeno secondo me. Infatti la legge inglese che ammette l’adozione da parte di coppie omosessuali fissa il limite di età a quarantacinque anni. D’altra parte nessuno sollevò per esempio un caso etico quando in Italia (nell’ambito di un matrimonio convenzionale) il fu Mike Bongiorno divenne ad esempio padre alla medesima età di Elton John. In questi casi nessuno ovviamente si sognerebbe di mettere in discussione le libertà personali. Vi immaginate una legge che imponesse a due coniugi di non proliferare dopo una certa età? Qualcosa di simile alle imposizioni legislative di stampo cinese tanto condannate dall’occidente, ma per la carità! Allora la vera domanda è come conciliare l’incongruenza e la differenziazione che si viene a creare – in fatto di libertà personali - tra chi è libero di proliferare quando e come più gli aggrada (sia esso un vecchio, un delinquente, un pedofilo, un molestatore un serial killer), purché nell’ambito di una coppia tradizionale e convenzionale, e chi invece non può farlo (tenendo conto del fatto che un numero enorme di bambini ha estremo bisogno di una famiglia). Ovviamente sto semplificando e non ho di certo delle risposte preconfezionate in merito. Semplicemente provo a riflettere sulla questione, senza banalizzarla con un volgare neologismo (“mammo”). Mi preme solo sottolineare che su questioni di questa portata ci aspetteremmo sollecitazioni e riflessioni di spessore, ci aspetteremmo qualcuno che ci aiuti a pensare, e non ricevere al prezzo di un euro, dai giornali, esattamente ciò che potremmo sentire ovunque, da chiunque.

Bibbia-al-Neon